Due persone sedute a distanza su una panchina in controluce al tramonto, spazio vuoto tra loro
Relazioni e comunicazione

Perché condividiamo i successi altrui ma non i fallimenti

Orgoglio condiviso e vergogna per riflesso: perché nelle relazioni strette i successi altrui sembrano quasi nostri, ma i fallimenti creano distanza.

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Elena Moretti

Succede più spesso di quanto ammettiamo. Quando una persona che senti vicina raggiunge un traguardo, ti si allarga il petto come se una parte di quella gioia ti appartenesse davvero. Quando invece inciampa, fa una figuraccia o fallisce, può comparire un movimento opposto, più silenzioso e meno elegante: prendere un po’ le distanze. Non è solo empatia che funziona male. C’entra qualcosa di più profondo: il modo in cui l’identità si intreccia con i legami che sentiamo nostri.

La psicologia sociale studia questa asimmetria da quasi cinquant’anni. Si chiama basking in reflected glory — avvicinarsi alla luce del successo altrui — e il suo speculare si chiama cutting off reflected failure — tagliare il filo quando il legame rischia di trascinarci nel buio. Non sono pose. Sono meccanismi.

Quando il successo di un altro ti sembra quasi tuo

Lo si vede benissimo nello sport. Dopo una vittoria, il linguaggio cambia: si dice “abbiamo vinto”, anche se in campo non ci siamo mai entrati. Robert Cialdini e i suoi collaboratori lo documentarono già nel 1976, osservando come gli studenti universitari indossassero le maglie della propria squadra con più frequenza il lunedì successivo a una vittoria, e le evitassero dopo una sconfitta. Non era un caso: era la gestione visibile dell’identità pubblica.

Ma lo stesso meccanismo esce dallo stadio molto in fretta.

Un figlio supera un esame difficile, ottiene un lavoro importante, trova finalmente la sua strada, e il genitore sente un orgoglio che non è soltanto affetto. C’è qualcosa di più profondo: la sensazione che quel risultato dica qualcosa anche di sè, della storia condivisa, del tempo investito, del legame. Lo stesso può succedere in coppia, quando il partner realizza un progetto a lungo inseguito, oppure tra amici di lunga data, quando uno del gruppo ce la fa e gli altri ne parlano con una luce speciale negli occhi.

Come mostrano le ricerche di Cialdini et al. su Journal of Personality and Social Psychology, questa tendenza ad avvicinarsi ai successi dei gruppi o delle persone che sentiamo “nostre” è sistematica e prevedibile. Il punto, però, non è l’etichetta teorica. Il punto è riconoscere una cosa molto umana: se una relazione entra nella tua identità, il confine tra io e noi si fa più largo. E allora la vittoria dell’altro non resta del tutto esterna.

Il lato più scomodo arriva quando le cose vanno male

La parte meno confessabile è l’altra. Perché se il successo ci fa sentire vicini, il fallimento può farci venire voglia di restringere il campo. Non sempre in modo plateale. A volte basta una frase, un cambio di tono, un piccolo spostamento: “Sì, però è stata una sua scelta”, “Io glielo avevo detto”, “In quella storia non c’entro”.

Non serve che ci sia un grande disastro. Può bastare una bocciatura, una figuraccia pubblica, una decisione sbagliata che mette in imbarazzo tutta la famiglia, una crisi del partner che ricade sul clima di casa, un errore di un amico che improvvisamente rende meno comodo presentarlo come “uno dei nostri”.

Lo studio di Snyder, Lassegard e Ford del 1986 — il lavoro che ha dato il nome al cutting off reflected failure — mostrava che le persone dissociavano attivamente la propria identità dal gruppo dopo una sconfitta, evitavano di usare la prima persona plurale, smettevano di indossare simboli di appartenenza. Forse ti sembra eccessivo applicarlo alla vita quotidiana. Eppure il meccanismo è lo stesso che opera quando, dopo che un amico ha fatto una scena a una cena, ti ritrovi a spiegare agli altri: “Non ci frequentiamo poi così tanto.”

Quando un legame o un’appartenenza rischiano di trascinarci dentro qualcosa che sentiamo umiliante, la mente prova a proteggersi. Riduce la vicinanza, abbassa l’identificazione, prende fiato. Non è bello da dire, ma è umano.

Non è solo empatia: c’entra l’identità condivisa

Qui sta il passaggio più interessante. L’identità condivisa è, ovvero, la porzione dell’immagine che hai di te stesso che è costruita attraverso i legami con gli altri: non il tuo io individuale, ma il “noi” di cui fai parte. Se fosse soltanto empatia, proveremmo semplicemente gioia quando l’altro è felice e dolore quando soffre. In realtà succede qualcosa di più complesso.

Ci sono relazioni e gruppi che finiscono dentro l’immagine che abbiamo di noi stessi. La famiglia è il caso più evidente. Ma vale anche per una coppia lunga, per un’amicizia che dura da una vita, per un gruppo di lavoro molto unito, perfino per quelle piccole cerchie in cui ci sentiamo riconosciuti e al sicuro.

Quando il legame è così forte, l’orgoglio e la vergogna non passano solo per “mi dispiace per te” oppure “sono contento per te”. Passano per “questa cosa parla anche di noi”. E quel “noi”, a volte, ci nutre. Altre volte ci espone.

Per questo il successo di chi ami può sembrarti quasi una conferma personale, mentre il suo inciampo può farti sentire a disagio in un modo che ha poco a che vedere con la razionalità. Non stai facendo un calcolo freddo. Stai reagendo a un confine emotivo che si allarga e si restringe. Come emerge dall’analisi di Salice e Sanchez su PMC, orgoglio e vergogna di gruppo non sono emozioni secondarie o accessorie: sono emozioni genuine che nascono proprio dall’intensità dell’appartenenza.

In famiglia il meccanismo è più visibile

Nella vita adulta questa dinamica è ovunque, proprio perché i legami contano molto e spesso portano con sè una reputazione condivisa.

Un genitore può raccontare con orgoglio i successi del figlio come se fossero il segno visibile di qualcosa che riguarda tutta la famiglia. Non è necessariamente vanità. A volte è il modo in cui si sente il senso di una storia comune. Ma quando lo stesso figlio sbaglia, delude o prende una strada difficile da accettare, può comparire un irrigidimento: meno vicinanza, meno parole, più bisogno di separare “la sua vita” dalla propria.

È un movimento che ricorda il confronto sociale verso l’alto — quella tendenza a misurarsi con chi sembra andare meglio — ma che opera in direzione inversa: qui non confrontiamo noi stessi con l’altro, ma rischiamo di essere valutati attraverso di lui. Il giudizio esterno si fa interno.

Questa dinamica è studiata con attenzione anche nelle relazioni familiari più strette. La ricerca su sport e identità collettiva di Campo et al. su Frontiers in Psychology mostra come le emozioni di gruppo — orgoglio, vergogna, imbarazzo — abbiano un’intensità proporzionale al grado di identificazione con il gruppo. Più il legame conta, più la sua performance conta per noi. In famiglia, quel grado di identificazione è spesso massimo.

In coppia il conto è ancora più delicato

In coppia il meccanismo può essere ancora più sottile. Se il partner brilla, ci si sente rafforzati. Se attraversa un fallimento visibile, può emergere una strana miscela di dolore, imbarazzo, paura del giudizio esterno. E allora ci si scopre meno generosi proprio nel momento in cui sarebbe più importante restare vicini.

Non è detto che sia visibile. A volte non lo è nemmeno per noi stessi. Il distanziamento può prendere la forma di un silenzio un po’ più lungo, di conversazioni che diventano pratiche invece che emotive, di un commento ironico detto con leggerezza ma che atterrisce l’altro. Non c’è intenzione. C’è un meccanismo che opera sotto la soglia dell’attenzione.

La cosa che la ricerca di Salmela e Sullivan del 2022 — pubblicata su PMC — aiuta a capire è che questo tipo di orgoglio e vergogna per riflesso non è irrazionale. Ha una logica interna coerente: il gruppo definisce parte dell’identità, la performance del gruppo è dunque rilevante per l’immagine di sé. Il problema non è la logica. È quando questa logica governa il comportamento relazionale senza che ce ne accorgiamo.

Questo non significa che l’amore sia falso. Significa che nelle relazioni strette l’identità è sempre un po’ intrecciata. E quando quel tessuto viene messo alla prova, la prima reazione non è sempre la migliore.

Cosa c’entra il confronto sociale

C’è un filo che unisce questa dinamica al modo in cui usiamo il confronto per misurare il nostro valore. Quando le persone vicine a noi hanno successo, la loro riuscita ci riguarda: ci eleva, ci conferma, ci dice che facciamo parte di qualcosa che vale. Quando falliscono, temiamo che la loro caduta ci trasporti al ribasso. È una forma di confronto sociale che non riguarda solo noi contro gli altri, ma noi attraverso gli altri.

Negli ambienti digitali, dove i successi sono visibili e le sconfitte spesso nascoste, questo meccanismo si amplifica ulteriormente. I profili social mostrano i traguardi, non le difficoltà. Le relazioni si misurano anche per come appaiono. E il timore che la caduta di qualcuno vicino a noi modifichi la nostra immagine pubblica diventa parte del calcolo emotivo, anche inconsciamente.

Chi ha già riflettuto sul meccanismo delle bugie quotidiane nelle relazioni adulte riconosce qualcosa di simile: anche lì, il movimento di protezione dell’immagine di sé prende forme sottili e spesso poco confessabili. Il distanziamento da chi cade e la menzogna di comodo rispondono alla stessa logica: ridurre l’esposizione.

La maturità non è non provare queste cose

La tentazione più facile sarebbe giudicarsi male. Pensare: se mi sento più vicino ai successi e più a disagio davanti alle sconfitte, allora sono ipocrita. Ma il punto non è questo.

Le fonti che hanno studiato questi meccanismi mostrano che orgoglio e vergogna per riflesso non sono solo pose sociali. Possono essere emozioni autentiche, proprio perché nascono da un’appartenenza sentita. Il rischio, semmai, è non accorgersene e lasciare che siano loro a guidare il modo in cui trattiamo l’altro.

Riconoscere il meccanismo non lo neutralizza, ma crea uno spazio tra lo stimolo e la risposta. Quel piccolo spazio è dove si gioca molta della qualità delle relazioni adulte. Alcune relazioni che ci stancano più del tempo che passa funzionano così proprio perché nessuno ha mai nominato questo meccanismo: il distanziamento si accumula, diventa strutturale, e alla fine si chiama deriva.

Crescere, nelle relazioni, forse significa questo: riconoscere che dentro di noi esiste il desiderio di stare attaccati a ciò che ci fa sentire bene e di allontanarci da ciò che ci espone. Però scegliere, quando conta davvero, di non trasformare la sconfitta dell’altro in una solitudine in più.

Perché amare qualcuno non vuol dire non sentire mai imbarazzo, paura o vergogna riflessa. Vuol dire accorgersi di quel movimento e non scappare troppo in fretta. Restare abbastanza vicini da non lasciare l’altro solo proprio quando smette di essere facile identificarci con lui.

Approfondimenti

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Domande frequenti

Perché mi sento orgoglioso dei successi di mio figlio come fossero miei?
Perché nelle relazioni strette l'identità non è solo individuale: si estende ai legami che sentiamo più vicini. Quando un figlio raggiunge un traguardo, una parte di noi percepisce quel risultato come parte della propria storia condivisa. La psicologia sociale chiama questo meccanismo basking in reflected glory: non è autoinganni o vanità, è il modo in cui la mente codifica l'appartenenza. L'articolo sulla resilienza adulta silenziosa approfondisce come gestiamo le emozioni che non sappiamo nominare.
È normale prendere le distanze da chi amo quando attraversa un momento difficile?
Sì, è una risposta frequente, anche se difficile da ammettere. Quando un legame stretto rischia di trascinarci dentro qualcosa che sentiamo umiliante o scomodo, la mente attiva un meccanismo di protezione dell'immagine di sé: abbassa l'identificazione, crea distanza simbolica. Il problema non è provare questa spinta, ma non accorgersene e lasciarla agire. Riconoscerla è il primo passo per scegliere di restare vicini anche quando costa.
Fonti consultate per questo articolo