Un computer portatile chiuso sulla scrivania a fine pomeriggio, con luce calda dalla finestra
Lavoro e identità

Quando la Gen Z non lavora come te, vacilla l'identità

Quando i più giovani rimettono in discussione sacrificio e reperibilità, per gli adulti 40+ non vacilla solo il lavoro: vacilla un modo di essere seri.

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Elena Moretti

Ci sono scene da ufficio che sembrano piccole, quasi banali, finché non ti accorgi che ti restano addosso. Il collega più giovane che alle 18 chiude il computer senza scusarsi. Quello che non risponde ai messaggi la sera. Quella che chiede trasparenza, tempi chiari, margini di autonomia, e non considera eroico essere sempre disponibili.

A volte la reazione immediata è un giudizio: non hanno fame, non reggono la pressione, non capiscono come funziona davvero il lavoro. Ma spesso sotto quel fastidio c’è qualcosa di più difficile da nominare. Per molti adulti 40+, il punto non è soltanto che i più giovani stanno cambiando le regole. È che stanno rimettendo in discussione il codice morale con cui molti sono diventati adulti — e questo articolo guarda quel fastidio come uno specchio, non come una diagnosi sulla Gen Z.

Quando il lavoro smette di essere una prova di valore

Per una parte di questa generazione, crescere professionalmente ha voluto dire interiorizzare un’idea precisa: il lavoro serio chiede sacrificio, la gerarchia si rispetta, la reperibilità è una forma di affidabilità, la carriera è una conferma di sé. Non era solo organizzazione. Era identità.

In termini psicologici, il lavoro-identità è quella struttura per cui ciò che si fa coincide con chi si è, ovvero il posto principale in cui ci si sente competenti, riconosciuti, degni. Non è una distorsione: è uno dei modi più diffusi con cui generazioni intere hanno costruito senso di sé in società che premiano la produttività. Diventa un nodo solo quando smette di essere una scelta e diventa l’unico linguaggio disponibile per dirsi adulti.

Per questo il conflitto con i più giovani viene letto spesso nel modo più semplice e più sterile: loro non vogliono impegnarsi come abbiamo fatto noi. Eppure i dati raccontano qualcosa di meno comodo e più interessante. Nel Randstad Workmonitor 2026, il 46% indica il work-life balance come principale fattore che li trattiene in un ruolo, contro il 23% che mette al primo posto la retribuzione. Non è un rifiuto automatico del lavoro: è un’altra gerarchia di priorità.

Anche il rapporto con l’autorità appare cambiato. La fiducia nella leadership, secondo Randstad, è scesa al 72% e cala ulteriormente al 67% tra i più giovani, mentre cresce il peso della relazione con il manager diretto. In altre parole: meno fede nell’istituzione, più attenzione alla qualità concreta del rapporto. È un modo diverso di stare nei contesti, non necessariamente un modo più superficiale.

Perché la reperibilità totale è diventata un problema solo adesso?

Per anni la disponibilità permanente — leggere mail la sera, rispondere ai messaggi nel weekend, accettare straordinari impliciti senza contrattarli — è stata letta come un segno di affidabilità, non come un costo. Era il pedaggio implicito della carriera. Oggi una parte dei lavoratori più giovani semplicemente non lo paga, e questo rende visibile qualcosa che prima era trasparente: che si trattava di un’aspettativa storica, non di una legge della maturità professionale. Ne abbiamo discusso anche in un test sui confini digitali al lavoro.

Quello che irrita non è sempre quello che sembra

Quando un collega giovane mette un confine, rifiuta uno straordinario implicito o non considera la carriera il centro della propria vita, può succedere qualcosa di spiazzante in chi ha più di quarant’anni. Certo, può nascere irritazione. Ma non sempre perché quel gesto sia davvero irresponsabile.

A volte irrita perché rende visibile una possibilità che, per molto tempo, non è sembrata disponibile. Forse non ti infastidisce solo il fatto che qualcun altro dica no. Forse ti infastidisce il fatto che tu, a quell’età o anche molto dopo, non abbia sentito di poterlo fare senza pagare un prezzo in colpa, reputazione o appartenenza.

C’è poi una variante più sottile dello stesso meccanismo. A volte non è il collega Gen Z a innescare l’irritazione, ma il fatto che intorno a te qualcuno — un partner, un fratello, un’amica più giovane — stia ricalibrando il proprio rapporto col lavoro in un modo che sembrerebbe inammissibile per te. Lì il riflesso è ancora più scomodo, perché il pubblico è interno.

È qui che il pezzo smette di parlare della Gen Z e comincia a parlare degli adulti. Perché quello che vacilla non è solo un equilibrio di team. È l’idea che la dedizione totale fosse l’unico linguaggio legittimo per essere presi sul serio. E quando un’idea di sé scricchiola, il primo riflesso non è guardarla in faccia: è cercare un colpevole esterno.

Non pigrizia, ma un’altra idea di successo

Molti discorsi pubblici continuano a presentare i giovani come una generazione difficile da gestire. Ma anche qui conviene rallentare. La Deloitte Global Gen Z and Millennial Survey 2025 mostra che il successo professionale, per molti giovani adulti, non coincide automaticamente con la scalata gerarchica: contano l’equilibrio tra lavoro e vita, l’apprendimento, lo sviluppo personale. Solo il 6% della Gen Z indica come obiettivo principale di carriera il raggiungimento di un ruolo di leadership.

Questi numeri non dicono che l’ambizione è sparita. Dicono che si è spostata. Per alcuni, avere una vita vivibile conta più di occupare un gradino più alto. Per altri, crescere significa acquisire competenze, non accumulare solo disponibilità. Anche la qualità dell’azienda viene letta in modo diverso: crescita, formazione, trasparenza, cultura del lavoro e qualità della vita pesano molto nell’attrattività, come ha raccontato il Corriere citando Joinrs.

Se si guarda la scena da qui, cambia anche il lessico morale. Il collega giovane che non accetta tutto non è per forza meno coinvolto: può semplicemente non essere disposto a dimostrare il proprio valore consumandosi. La differenza non è tra chi ha voglia di lavorare e chi no — è tra chi ha imparato a confondere fatica e merito e chi quella confusione, semplicemente, non l’ha mai fatta.

Il doppio movimento emotivo degli adulti 40+

È possibile che, davanti a questo cambio di codice, dentro un adulto convivano emozioni opposte. Da una parte il giudizio: così il lavoro si impoverisce, si perde disciplina, nessuno regge più la fatica. Dall’altra, più sottotraccia, qualcosa che somiglia all’invidia. O persino al sollievo.

Invidia non nel senso piccolo del termine, ma come riconoscimento doloroso di un confine che qualcuno oggi si concede e che tu forse non ti sei mai concesso. Sollievo perché vedere quelle regole incrinarsi permette di pensare che non fossero naturali, ma storiche. Che non fossero l’unico modo possibile di essere affidabili, seri, adulti.

Questa ambivalenza è comprensibile. Il lavoro non è mai stato soltanto una fonte di reddito. Per molti 40+ è stato una struttura psicologica: il posto in cui sentirsi necessari, riconosciuti, degni. Se quel sistema di segni perde centralità, può affiorare una domanda scomoda: quanto di quello che chiamavo professionalità era davvero una scelta, e quanto invece era adattamento?

È un terreno noto a chi, dopo i quaranta o cinquanta, ha visto il ruolo di sempre smettere di raccontarlo. Il problema, lì, non è cambiare lavoro: è capire cosa resta quando il contenitore che ti ha dato forma per vent’anni perde un po’ della sua presa. E spesso ciò che resta è più di quanto temevi — ma chiede di essere riconosciuto come tuo, non come parte di un’uniforme.

Non è un conflitto a somma zero

Naturalmente non serve idealizzare la Gen Z. Nessuna generazione è pura, e nessun cambio culturale arriva senza attriti, ingenuità o contraddizioni. Ma ridurre tutto a una guerra tra chi ha voglia di lavorare e chi no è un modo molto efficace per non vedere il punto.

Il punto è che i dati non certificano pigrizia. Raccontano piuttosto una minore disponibilità a restare in lavori che non offrono flessibilità o un buon equilibrio vita-lavoro, come ha sintetizzato Il Post a partire dal Workmonitor 2026. E raccontano anche che la collaborazione tra generazioni non è un gioco a somma zero: il 78% dice di apprendere soft skills dai colleghi più anziani, mentre il 72% impara competenze tech e AI dalla Gen Z e dai millennial. Non è un mondo in cui una parte sostituisce l’altra. È un mondo in cui i codici devono imparare a convivere.

Per un lettore adulto, forse la domanda utile non è se i giovani abbiano ragione in assoluto. È più concreta e più personale: quali regole ho interiorizzato come indiscutibili, anche quando mi hanno fatto male? Quali forme di disponibilità totale continuo a chiamare maturità solo perché per anni sono state premiate? E quali, oggi, meritano di essere rinegoziate senza sentirsi meno seri, meno leali, meno all’altezza?

C’è anche un piano più piccolo, ma più immediato. Non sempre la rinegoziazione passa dal cambiare lavoro o dal fare un discorso in riunione. A volte passa dal decidere, per una sera, di non aprire la chat di lavoro dopo cena. Di lasciare una mail per il giorno dopo senza giustificarsene. Di accettare che il valore di una giornata non si misura nelle ore di reperibilità sopra al contratto. Sono gesti minuscoli che non cambiano un’azienda, ma cambiano qualcosa nella relazione che hai con quel codice interno.

Forse è questo il passaggio più difficile. Non copiare i più giovani. Non trasformare ogni confine in una posa. Ma riconoscere che, quando una norma smette di essere condivisa da tutti, non crolla soltanto un’abitudine organizzativa. Crolla un pezzo di identità. E proprio lì, in quella crepa, può cominciare una forma più adulta di libertà.

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